L'informatore che Rode e....Corrode
  L’UOMO DE ‘A LIVELLA: GIOVANNI CASTELLO
 


(ARTICOLO DEL 12 LUGLIO 2008)



Qual è il vostro attore preferito o il vostro autore prediletto che attraverso le sue opere o lavori cinematografici e teatrali, alcune volte suscita in Voi emozioni che talvolta riscontrate in personaggi della storia locale?
La domanda vi coglie impreparati? E come non esserlo di fronte ad un “dilemma” così inusuale ed inaspettato. Diciamo che ciò avviene per la gran parte della gente comune e per la totalità del mondo animale….o quasi. E si perché, devo ammettere (come sempre) che il guru dell’orrendo, il ras dell’oblio e delle tenebre, forse per la sua natura immonda o molto più verosimilmente perché figlio dell’ignoto, ha trovato la perfetta simbiosi tra uno straordinario personaggio frutto della fervida quanto prolifica fantasia del grande Totò ed un uomo di grande umiltà e di straordinaria generosità realmente esistito a Mussomeli. Il personaggio frutto della fantasia di Totò è l’indimenticabile Esposito Gennaro, netturbino in vita e “soprattutto” da morto, che ha avuto la “sfortuna” di avere avuto collocate le proprie spoglie mortali accanto al nobile Marchese signore di Rovigo e di Belluno, nella straordinaria ed indimenticabile ‘A Livella. Quell’Esposito Gennaro che, attraverso la metafora di un netturbino sporco e maleodorante, grazie ad un ispiratissimo Totò, è riuscito a trasmettere il senso dell’umiltà, della generosità e soprattutto del rispetto verso tutto e tutti, anche in direzione di coloro che spesso non meritano la nostra considerazione. Così come l’indimenticabile Castello Giovanni, classe 1915, che come Esposito ha esercitato la professione di operatore ecologico, ma al contrario dello stesso, non ha mai avuto problemi di igiene e cura della persona.
Se vi state chiedendo se per caso IL TARLO si sia scomodato per trovare una semplice quanto casuale similarità tra i personaggi sopramenzionati, mi dispiace dirlo, ma rischiate la “banalità” e forse forse, rasentate la superficialità. Il signor Giovanni Castello (per tutti coloro che l’hanno conosciuto e per quelli che impareranno a conoscerlo) è stato e sarà sempre ‘u Zi Giuanni, non solo uomo esemplare e straordinario padre di famiglia, ma anche e soprattutto colui grazie al quale le tradizioni dei Lamenti quaresimali, oggi sono arrivati a noi.
Ma partiamo con ordine. ‘u Zi Giuanni nasce il 3 marzo del 1915; non solo è il più grande di 4 figli ma è anche l’unico maschio. Per cui ha lui l’incombenza di aiutare il padre nel sostentamento delle 4 donne della famiglia Castello. Quando ha pensato di dedicare queste pagine a ‘u Zi Giuanni IL TARLO ha prima contattato il figlio Salvatore, che oltre a palesare una gioia immensa per l’attenzione rivolta nei confronti del genitore ha chiesto all’animalaccio: “Sai chi era mio padre? Lo hai conosciuto?”.
IL TARLO ha rivolto a Salvatore un’occhiataccia che assume una dimensione ancor più particolare se si considera che il fetore degli invertebrati, è dotato di ben 8 bulbi oculari.
‘u Zi Giuanni è diventato, per coloro che lo hanno frequentato, sinonimo di Lamentazioni; da sempre innamorato di questa straordinaria forma di preghiera, ha dedicato l’intera sua esistenza al servizio della Confraternita del SS. Sacramento alla Madrice prima, e soprattutto alla ricerca disperata di giovani a cui insegnare e tramandare questa straordinaria tradizione poi. Un’impresa non da poco se si pensa che fino a qualche decennio fa  esisteva solo e semplicemente una testimonianza orale, arrivata quasi all’orlo della scomparsa nei primi anni settanta.
Per comprendere il carattere di uomo forte, dotato di tanta pazienza e spirito di abnegazione, è opportuno sottolineare che ‘u Zi Giuanni fu prigioniero di guerra per ben 6 anni, trascorsi tra i campi di reclusione d’Africa ed Inghilterra. Richiamato alle armi nel 1940 fece ritorno in quel di Mussomeli nel 1946. Ricorda un confrate: “Soleva rimembrare spesso ‘u Zi Giuanni quel lungo periodo di lontananza forzata, durante il quale trovava l’energia per andare avanti nel pensiero di quella famiglia che attendeva con ansia il suo ritorno. Ma la vera forza interiore, gli era dettata da un rapporto diretto e particolare con Dio, che lui raffigurava in quel Cristo alla Colonna del Giovedì Santo, che ha tanto amato, e con lo ha mai lasciato solo”.
Quello che veramente rendeva triste ‘u Zi Giuanni negli anni di prigionia, era soprattutto il fatto di non poter andare, durante la Quaresima, appresso ai lamentatori dell’epoca che ripetevano il giro della tradizionale strada dei santi, dal mercoledì delle ceneri fino al venerdì santo, tutte le sere. Oltre all’assenza fisica, quello che ancor di più amareggiava ‘u Zi Giuanni era soprattutto il fatto di non poter carpire, parti di quelle lamentazioni tenute gelosamente nascoste dagli anziani e difese a colpi di gomito e pedate ben assestate a quei giovani che durate l’esecuzione del canto si avvicinavano oltre la distanza minima consentita, che di solito, era non meno di 100 metri dal gruppo.
Verso la fine degli anni cinquanta ‘u Zi Giuanni entra ufficialmente a far parte del gruppo dei lamentatori della confraternita Maria SS. Dei Miracoli: diventa la secunna vuci di un quintetto che, oltre a lui, vedeva impegnati i 4 fratelli Vullo.
L’esperienza del quintetto dura qualche anno fino a quando nei primi anni sessanta non entra a far parte della Confraternita della Madrice, a completare un quartetto composto da Paolo, Salvatore e Mario Giardina, gli indimenticabili fratelli trabazi, ‘u ‘zi lisi curbu (Luigi Puntrello) assieme ad un giovanissimo di belle speranze, tale Peppe Arganello.
Erano quegli anni in cui la domenica, si ritrovavano all’oratorio della Madrice oltre al gruppo di lamentatori sopracitati anche quelli provenienti dalla “lontana” Sant’Enrico, raggruppamento costituito da: ‘u ‘zi urelio punci (Aurelio Pulci), ‘u ‘zi caluzzu scarpuni (Calogero Mingoia) ‘u ‘zi viciu primavera (Vincenzo Primavera) ‘u ‘zi bolio a’ muccia (Liborio Catalano) ‘u zi’ paolu ‘ u spagnulu denominato in tal modo perché indossava un classico basco floscio dotato di un lungo annodamento pendente (‘u giummu).
Nonostante la “rivalità” gli anziani di entrambi gli schieramenti concordavano sul fatto che ‘u Zi Giuanni non solo era dotato di una gran bella voce, ma poteva rappresentare “il futuro” delle lamentazioni, visto la penuria di nuove leve e l’avanzamento anagrafico dei cantori che da li a pochissimi anni si sarebbero ritirati definitivamente dal canto. Se precedentemente erano stati gli anziani che avevano rappresentato un ostacolo al reclutamento di giovani volenterosi con l’amore verso le Lamentazioni, negli anni settanta diventa l’immagine che il cantore nei decenni ha dato di se, a costituire una netta linea di demarcazione invalicabile. Il motivo è presto detto: il cantore, per necessità, per abitudine, per uso e costume, è sempre stato legato alla necessità di sorseggiare costantemente un fiasco di vino, sollievo per la gola  e per “la mente”. Innegabili sono stati gli abusi che talvolta sono occorsi nella storia dei lamentatori; ma da lì a diventare alcolista indefesso per il semplice fatto di accostarsi ad un rito quaresimale, tempo ce ne passa…..
Dirà successivamente ‘u Zi Giuanni: “Quando si parla di Oratorio, in qualunque luogo e momento, “assaporo” un profumo che sa’ di antico, di stantio e di vino. Per assurdo, potrebbero bendarmi gli occhi e condurmi in tutti i luoghi a me cari. Tanti potrei anche non riconoscerli, ma non sbaglierei entrando in questa sede di Congregazione, perché ha un aroma senza pari e senza possibilità di errore”.
Gli anni settanta coincidono anche e soprattutto con la crisi precedentemente accennata; scompaiono i cantori in tutte le confraternite. Non rimane che ‘u Zi Giuanni, unico baluardo di una tradizione ad un passo dall’estinzione, ed un giovane e volenteroso Peppe Arganello, che nonostante l’età  è già un veterano delle lamentazioni. La disperazione ‘u Zi Giuanni  è tangibile nel suo viso e nella sua richiesta di aiuto disperato nel reclutamento di giovani da “educare” alle lamentazioni.  
Nonostante tutto, non perde la sua giovialità e humor; in quegli anni, la professione di operatore ecologico era svolta da pochi operai, e spesso, a causa della mancanza di personale, gli stessi erano sovraccaricati di lavoro che spaziava molto oltre la zona di competenza. Cosa che capitò anche ‘u Zi Giuanni, che si vide gravare dell’onere di occuparsi di una zona aggiuntiva grande quanto lo spazio di cui di solito era responsabile, cioè gli era stato addossato il doppio del lavoro. Giunto nella “nuova” zona, le persone che lo conoscevano, uscivano di casa o si affacciavano dai balconi salutando cordialmente ‘u Zi Giuanni e gli chiedevano come mai si trovava in quel posto insolito. Posata la ramazza e alzata la tesa del tasco che denotava una mente imperlata di sudore esclamava: “ja, quannu fazzu ‘acquisti, o i fazzi buani, oppuru nenti propria”, provocando una sonora risata che si estendeva a tutto il circondario. Ma gli istanti di buonumore si alteravano con momenti di grande tristezza; probabilmente dovrà dire addio alla possibilità di continuare a lamentare e ad invocare il perdono a quel Dio a cui tantissime volte si è rivolto ora attraverso la preghiera ora attraverso il canto. Una sera d’inverno, bussa alla porta de  ‘u Zi Giuanni, un infreddolito quanto trepidante Peppe Arganello. Ritornando a casa ha sentito da due diverse abitazioni della zona Madrice altrettante voci che intonavano parti delle Lamentazioni. ‘u Zi Giuanni e Peppi escono alla ricerca di quelle due “voci”: speriamo che sia la volta buona. Trovati i due giovani si recano all’osteria e dopo aver brindato al loro incontro, inaspettatamente (considerato il periodo prossimo al Natale) ‘u Zi Giuanni parte con l’intonazione della parte STABAT MATER. Nonostante un’affollatissima taverna, cala un silenzio indescrivibile intervallato, oltre dalla sonorità del basso di Peppe Arganello, anche e soprattutto da una soave secunna vuci e da un acuto e sibilante fanzittu. Un lunghissimo applauso sancirà di fatto la nascita di un nuovo quartetto costituito oltre che da ‘u Zi Giuanni e da Peppe Arganello, anche da Giuseppe Greco e da Santo Neri.
Sono quelli anni felici per ‘u Zi Giuanni, periodi in cui assapora un lungo avvenire di prosperità per le Lamentazioni. Il resto del terzetto è di giovane età, soprattutto quel Santo Neri, appena ventenne e straordinariamente dotato. Ma come più volte ha avuto modo di ribadire IL TARLO, chi è felice è pazzo, e sciaguratamente ‘u Zi Giuanni è sempre stato lucido e incredibilmente concreto.
La sera dell’11 dicembre 1975, a casa Arganello si tiene una festicciola tra i 4 componenti del gruppo dei cantori. Non si festeggia nulla di particolare. E’ stata volontà di Santo Neri che ci teneva a trascorrere una serata tra amici. E’ sarà anche l’ultima perché, la sera del 23 dicembre 1975, Santo Neri ed il suocero si “addormenteranno” definitivamente accanto ad un fuoco acceso per arrostire la carne, intossicati dal micidiale monossido di carbonio. La disperazione che coglie ogni membro della Confraternita e soprattutto dei lamentatori, assume in ‘u Zi Giuanni dimensioni spropositate. Egli ha perso un amico e un “figlio” ; ha smarrito definitivamente il sogno di puntare sui giovani perché probabilmente Dio avrà un progetto diverso.
Gli anni successivi, saranno costellati da lunghi e bui periodi di “penuria” di cantori. Il terzetto dei lamentatori, non trova più nessuno disposto ad imparare.
Gli anni ottanta sono intervallati dalla presenza di Mario Greco (fratello di Peppe) che emigrerà definitivamente in Germania e da l’urbiciddru, un anziano non vedente con un grande amore verso il rito delle lamentazioni.
Dirà il figlio Salvatore: “E’ improprio parlare di crisi di lamentatori; sarebbe più giusto parlare di problemi di identità e soprattutto di identificazione. Io stesso, nato e cresciuto con mio padre all’Oratorio, nonostante provassi un grande amore ed un’attrazione senza pari verso i lamenti, ho dovuto reprimere i miei sentimenti perché quelli erano gli anni i cui i giovani pensavano ad altro piuttosto che andare con “’ddri ‘mbriacuna”. Solo molti anni dopo ho riscoperto l’amore verso le Lamentazioni. Molti si chiederanno se per caso non ho dei rimorsi o dei ripensamenti. Come non potrei, visto che oggi sono “un fanatico” dei Lamenti, e mi rendo conto che se non fosse stato per mio padre, oggi non avrei avuto questa straordinaria possibilità?”.
Il resto è storia. Oggi, ogni Confraternita ha un proprio gruppo di lamentatori ben assortito e soprattutto di giovane età. Oramai sui lamenti si sa tutto o quasi; esiste materiale scritto, audio-video, incisione su vinile. Tutto quanto potrà permettere a questa straordinaria tradizione di vivere a lungo nel tempo. Intanto il 19 aprile 1996 il ‘u Zi Giuanni, in punta di piedi toglieva il disturbo; senza rimorsi però. Il sogno di vedere una nuova generazione di cantori lo ha visto avverare e sotto la sua supervisone.
Se è vero come è vero che “La vita è come un teatro; quando stai per entrare in scena, cala il sipario” come diceva l’indimenticabile Eduardo de Filippo, è anche autentico pensare che ogni tanto bisogna rivolgere un pensiero, una preghiera verso coloro i quali, nonostante un’esistenza tranquilla, a dispetto della mancanza di gesti di eroismo meritevoli di libri e pubblicazioni varie, hanno lasciato un’eredità talmente grande, da meritare, anche solo per un attimo, la nostra “preziosissima” attenzione.
                                        
                                                                                       




 

 

 
 
 
 
 
   
 
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